Giurisprudenza

  • 27 Apr
    LA CORTE DI APPELLO MILANESE CONFERMA L’ONERE IN CAPO AL FACTOR DI OTTENERE AUTONOMAMENTE LE INFORMAZIONI COMMERCIALI SUL DEBITORE CEDUTO: ONERE CHE NON PUO’ ESSERE TRASFERITO SUL CEDENTE SULLA BASE DI GENERICHE CLAUSOLE CONTRATTUALI.

    LA CORTE DI APPELLO MILANESE CONFERMA L’ONERE IN CAPO AL FACTOR DI OTTENERE AUTONOMAMENTE LE INFORMAZIONI COMMERCIALI SUL DEBITORE CEDUTO: ONERE CHE NON PUO’ ESSERE TRASFERITO SUL CEDENTE SULLA BASE DI GENERICHE CLAUSOLE CONTRATTUALI.

     

    Avv. Pietro Alvigini, Studio Legale Marone

     

    La doppia conforme di Tribunale e Corte di Appello di Milano

    Poiché il factor è un soggetto che esercita professionalmente l’attività di cessionario di crediti, quest’ultimo è tenuto ad “acquisire autonomamente le necessarie informazioni per valutare il grado di solvibilità dei debitori ceduti nel settore di riferimento tramite ricerche di carattere documentale” e, pertanto, “con riferimento ai debiti assunti dalla clientela del cedente in epoca anteriore al perfezionamento del contratto di factoring, tale onere non può essere indebitamente trasferito sul fornitore in base alla generica affermazione per cui il factor non è in grado di assumere cognizione della pregressa situazione economico finanziaria dei debitori ceduti esclusivamente sulla base di informazioni ufficiali tratte da banche date di pubblico dominio.

    Qualora la società cedente dovesse rifiutarsi di consegnare i documenti, la società di factoring ha infatti la possibilità di non sottoscrivere il contratto ma, in caso di sottoscrizione, il factor accetta il rischio in ordine a un possibile ritardo o difficoltà di pagamento”.

     

    Così ha statuito il Tribunale di Milano, sez. XII, con Sentenza 20 maggio 2016, confermata recentemente dalla Corte di Appello di Milano, con Sentenza 19 febbraio 2018, n. 889.

     

    La Vicenda

    La vicenda processuale trae origine da un contratto di factoring concluso tra una società di distribuzione di farmaci ed una società di factoring, in forza del quale la prima (definita fornitore o cedente) cedeva i propri crediti commerciali nei confronti di singole farmacie alla seconda (c.d. factor o cessionaria) verso il corrispettivo del loro valore nominale, con garanzia pro soluto.

    Nel contratto era prevista una clausola risolutiva espressa avente ad oggetto il venir meno ex tunc dell’obbligo di garanzia pro soluto gravante sul factor connesso all’insolvenza del debitore ceduto, nell’ipotesi in cui il cedente non avesse adempiuto agli obblighi previsti nelle condizioni generali di contratto nel cui novero era previsto l’obbligo, in capo al fornitore stesso, di fornire ogni notizia di rilievo circa la solvibilità dei creditori.

    Sennonché alcune farmacie, nella loro qualità di debitori ceduti, si rendevano inadempienti nel pagamento dei crediti oggetto di cessione con la conseguenza che il factor comunicava la decadenza dalle garanzie pro soluto alla luce del ritenuto inadempimento degli obblighi di collaborazione da parte del cedente, che non aveva reso edotta la controparte di un insoluto pregresso[1].

    La società farmaceutica cedente agiva pertanto contro la cessionaria società di factoring chiedendo la condanna di quest’ultima al risarcimento danni causati dalla violazione degli obblighi informativi gravanti sul factor e attinenti l’aggravamento della situazione economica dei debitori ceduti insolventi, nonché la richiesta di pagamento delle somme dovute quale corrispettivo della cessione dei crediti oggetto del contratto.

    Con riferimento a tale ultima domanda, il factor lamentava, in via riconvenzionale, la violazione da parte del cedente degli obblighi di collaborazione (comunicazione di insoluti pregressi relativi ai debitori ceduti) pattuiti con il contratto con conseguente decadenza dalla garanzia pro soluto: dalla violazione di tali obblighi informativi discenderebbe l’esonero del factor al pagamento del corrispettivo dovuto in ragione della cessione dei crediti.

    Con la nota citata Sentenza del 20 maggio 2016, il Tribunale di Milano, Sezione XII respingeva la prima domanda proposta dal cedente (accogliendo invece la seconda) dedicando ampia motivazione, in merito al tema che in tal sede ci interessa, al rigetto della menzionata domanda riconvenzionale.

    La sentenza del Tribunale veniva quindi impugnata dalla società soccombente: questa lamentava, con il primo motivo di appello (sul quale si concentra l’odierna attenzione per i fini che in tal sede rilevano), l’erroneità della sentenza impugnata per aver ritenuto irrilevante l’omessa comunicazione di insoluti pregressi dei debitori ceduti. L’appellante censurava, invero, l’interpretazione del contratto data dal giudice di prime cure rilevando che il dato letterale (del dovere di collaborazione come sancito dall’art. 7 delle su menzionate condizioni generali di contratto) sarebbe inequivoco e che, quindi, il giudice non avrebbe potuto sostituire la sua opinione alle conseguenze volute dalle parti come consacrate nel contratto.

    La Corte di Appello milanese, con Sentenza del 19 febbraio 2018, n. 889, ha considerato tale motivo infondato in quanto, “ai rilievi svolti in motivazione dal Tribunale, può aggiungersi il rilievo dell’assoluta genericità, idonea ad inficiarne la validità, della clausola risolutiva espressa invocata dall’appellante. Ed invero, la previsione del venir meno ex tunc dell’assunzione del rischio di insolvenza del debitore ceduto da parte del factor all’inadempimento del fornitore agli obblighi di cui alle condizioni generali, senza la puntuale indicazione degli obblighi che le parti abbiano considerato così determinanti nel programma negoziale, può considerarsi nulla per indeterminatezza dell’oggetto, in adesione ad un affermato e condiviso orientamento della Suprema Corte di Cassazione (tra cui Cass. 1950/09 e 4796/16)”[2].

    Esclusa quindi la validità della clausola, la Corte procede alla valutazione della gravità dell’inadempimento e, alla luce della fisionomia del contratto di factoring, ha “escluso che le omesse informazioni su pregressi ritardi nei pagamenti da parte dei debitori ceduti integrino inadempimento grave del cedente ai sensi dell’art. 1455 Cod. civ.”

     

    Commento

    Il factoring è una figura negoziale atipica di matrice anglosassone, il cui nucleo essenziale è rappresentato dall’obbligo assunto da un imprenditore (cedente o fornitore) di cedere a titolo oneroso ad altro imprenditore (c.d. factor) la titolarità dei crediti derivanti dall’esercizio dell’impresa, pro soluto o pro solvendo, verso il pagamento di un corrispettivo spesso rappresentato dall’anticipazione finanziaria di parte del valore nominale dei crediti ceduti.

    Le funzioni economiche del contratto di factoring possono essere molteplici, essendo lo stesso normalmente caratterizzato dalla compresenza di plurime operazioni, quali la cessione di uno o più crediti (con le possibili varianti del finanziamento in favore dell’impresa, attraverso anticipazioni o smobilizzi, e dell’assunzione del rischio dell’insolvenza) e l’assunzione da parte del factor di obbligazioni non strettamente inerenti alla cessione, aventi ad oggetto la gestione dei crediti stessi[3].

    L’utilizzo diffuso di questa convenzione negoziale atipica è giustificata, tra l’altro, dal tempo medio di incasso dei crediti commerciali, la cui preoccupante entità media comporta, inevitabilmente, la necessità in capo a molti fornitori a far ricorso a forme di finanziamento esterno[4].

    La giurisprudenza ha infatti precisato che il contratto di factoring, rientrante nello schema generale della cessione di crediti di cui all’art. 1260 c.c., altro non è che una forma di finanziamento, in favore del cedente dei crediti di impresa, da parte del cessionario dei medesimi, di modo che la società finanziaria anticipa al cedente le somme dei singoli crediti che man mano le sono ceduti, mentre il debitore ceduto, con la comunicazione del contratto di cessione (factoring), deve pagare al cessionario i debiti via via contratti con il cedente[5].

    La delineata e descritta doppia conforme dei giudici di merito milanesi (in attesa che la Suprema Corte , laddove adita, si pronunci in via definitiva), si colloca in un orientamento giurisprudenziale rigoroso ed esigente nei confronti delle società di factoring.

    Quando la cessione dei crediti alla base del negozio si presenta nella sua fisionomia pro soluto, e quindi comporta l’assunzione di rischio proprio da parte del factor, quest’ultimo deve essere messo nelle condizioni di reperire il maggior numero di informazioni sulla situazione economico finanziaria dei singoli debitori ceduti, tra cui i rapporti pregressi tra fornitore e debitore, al fine di valutare la solvibilità o meno dei debitori stessi.

    Tali esigenze informative giustificano pienamente la previsione, all’interno dei contratti di factoring, di obblighi informativi stringenti in capo al cedente nonché, quale conseguenza della violazione degli stessi, anche la decadenza dalla garanzia pro soluto.

    In effetti, il contratto di factoring come stipulato tra le parti della vicenda di nostro interesse, prevedeva diversi oneri e obblighi informativi in capo alla parte cedente, ampiamente giustificati dalla fisiologica conoscenza diretta che il cedente può vantare nei confronti del debitore ceduto rispetto al factor.

    Tuttavia la giurisprudenza in commento ha il pregio di specificare che, alla luce del rilevante rischio assunto dal factor (nell’ipotesi della fisionomia pro soluto delle cessioni), lo stesso è tenuto ad acquisire autonomamente le necessarie informazioni utili a stabilire il grado di solvibilità dei debitori ceduti nel settore di riferimento.

    La giurisprudenza in esame, pertanto, pur avendo riconosciuto la violazione, in capo al cedente, degli obblighi annoverati nelle Condizioni Generali del contratto, supera il dato letterale degli impegni assunti dal cedente e fonda la propria decisione sulla natura del factor quale operatore professionale che esercita attività qualificata: il che impone allo stesso di acquisire autonomamente le informazioni circa la situazione economico finanziaria dei debitori già in fase precontrattuale in quanto grava su di sé il già menzionato onere di ricerca documentale con particolare riferimento ai debiti assunti della clientela del cedente in epoca anteriore al contratto di factoring.

    In definitiva, in capo al factor risulta sancito un vero e proprio onere di ricerca documentale avente ad oggetto le informazioni necessarie all’espletamento della propria funzione di cessionario di crediti.

    ________________________________________________

    [1] Sulla base della considerazione per cui l’omessa comunicazione di un insoluto pregresso costituisce violazione dell’art. 7 dell’Appendice, che sanziona con “l’inefficacia ex tunc” della garanzia pro soluto l’inadempimento da parte del fornitore “agli obblighi previsti dalle Condizioni Generali”, alla luce delle quali: “Il rischio di mancato pagamento del debito assunto dal Factor tornerà ad essere a carico del Fornitore nei seguenti casi, in qualsiasi momento riscontrati, in cui la garanzia del factor si intenderà ex tunc inefficace di pieno diritto:

    a….

    b per ciascun credito in relazione al quale venga meno una delle garanzie del fornitore di cui all’art. 3) lettere a), b), c), d), e) delle Condizioni Generali oppure il fornitore non adempia agli obblighi previsti dalle Condizioni Generali medesime nonché da ogni altro documento che le integri o modifichi salvo diversa espressa previsione;

    c…..

    [2]Per la configurabilità della clausola risolutiva espressa, le parti devono aver previsto la risoluzione di diritto del contratto per effetto dell’inadempimento di una o più obbligazioni specificamente determinate, restando estranea alla norma di cui all’art. 1456 cod. civ. la clausola redatta con generico riferimento alla violazione di tutte le obbligazioni contenute nel contratto, con la conseguenza che, in tale ultimo caso, l’inadempimento non risolve di diritto il contratto, sicché di esso deve essere valutata l’importanza in relazione alla economia del contratto stesso, non essendo sufficiente l’accertamento della sola colpa, come previsto, invece, in presenza di una valida clausola risolutiva espressa

    [3] Cassazione Civile, Sez. I, 2 ottobre 2015, n. 19716

    [4] Tempo medio di incasso dei crediti commerciali che, in Italia, risulta essere di 78 giorni, rispetto alla media europea di 47, mentre quello di pagamento dei debiti ai fornitori è in Italia di 137 giorni contro una media europea di 65 (Fonte: Osservatorio Supply Chain Finance del politecnico di Milano).

    [5] Tribunale di Trani Sent., 10-04-2009

    By admin Giurisprudenza
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